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Turchia Football Club: come Erdogan cerca di piegare il calcio alla ragion di stato

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Calcio e politica sono un binomio sempre più indissolubile nella Turchia del Sultano Erdogan. È come se il patriottismo repubblicano di Kemal Atatürk si fosse trasformato, con il trascorrere degli anni, in un nazionalismo militante, la cui incarnazione più iconica e mediaticamente suggestiva è costituita dalle gesta e dalle prese di posizione dei calciatori. Il saluto militare dei giocatori della Nazionale al termine della partita vinta contro l’Albania, nelle stesse ore in cui si scatenava l’offensiva dell’esercito di Ankara nel nord della già martoriata Siria, e le esternazioni di giubilo, orgoglio e sostegno all’attacco militare esibite via social dagli stessi atleti turchi, hanno suscitato una certa impressione nel resto del mondo. «Noi siamo importanti, ma i nostri soldati lo sono di più», ha detto ad esempio Caglar Soyuncu, nella rosa  dell’Everton. Ma in realtà non dovrebbero sorprendere più di tanto analizzando la recente storia politica turca, in cui il calcio ha avuto un ruolo talvolta più pregnante delle mutevoli attrazioni religiose del regime di Erdogan.

Calcio e politica per il Sultano

Le ambizioni calcistiche e ideologiche del presidente Recep Tayyip Erdogan si sono anzitutto riversate sugli stadi. Il «Sultano» tra il 2009 e il 2017 ha dirottato circa un miliardo di euro sulla realizzazione di nuovi impianti. Ne sono stati costruiti 21 e 17 sono stati programmati per il quadriennio successivo. Per mostrare il suo modernissimo apparato infrastrutturale la Turchia si è anche candidata per 4 volte consecutive ad ospitare gli Europei. Ma è stata sempre sconfitta. L’ultima volta dalla Germania nella corsa a Euro 2024. Come “contentino” la Uefa ha concesso di ospitare a Istanbul la finale di Champions League del 2020, ora bersaglio delle reazioni politiche nel Vecchio Continente. Ma non solo stadi.

Il club governativo Erdogan ha anche creato un suo club di calcio. È la squadra di un distretto alla periferia di Istanbul. Si chiama Basaksehir, formalmente di proprietà del Ministero turco per la Gioventù e lo Sport. Gli sponsor munifici sono soprattutto aziende statali e i dirigenti (la società è presieduta da un nipote della first lady Emine) sono tutti strenui sostenitori dell’Akp, il partito di ispirazione islamica che fa capo al presidente. I colori dei seggiolini allo stadio sono l’arancione, il bianco e il blu, cioè quelli dello stesso partito. Prima delle gare, negli anni scorsi, gli schermi mostravano le immagini tv dei caccia turchi che bombardavano la Siria. Erdogan, ex calciatore semiprofessionista (si vanta speso dei cinque titoli vinti con la maglia dell’Ett di cui è stato capitano negli anni Settanta) frequenta lo stadio e ha indossato la maglia del Basaksehir in un incontro di beneficenza il giorno dell’inaugurazione.

L’opposizione calcistica

I club più titolati – Galatasaray, Besiktas e Fenerbahce – d’altro canto sono più di frequente all’opposizione e le loro tifoserie ultrà nel 2013 sono state protagoniste nelle proteste anti-governative della primavera araba e negli scontri di Gezi Park . L’anno dopo il Basaksehir iniziava la sua scalata alle vette del calcio turco. La scorsa stagione dopo aver condotto a lungo la classifica è stato sconfitto alla penultima giornata dai rivali del Galatasaray, chiudendo così di fatto la stagione al secondo posto. Quest’anno disputa l’Europa League ed è inserita nel girone della Roma. Il 20 aprile del 2018 gli incidenti avvenuti a Istanbul durante il derby tra Fenerbahce e Besiktas, interrotto dopo che l’allenatore ospite Senol Gunes è stato ferito alla testa dal lancio di un oggetto, sono stati definiti da Erdogan come un “complotto” organizzato. “Qualcuno ha organizzato questi atti di terrorismo nelle tribune. Non è accaduto spontaneamente”, ha dichiarato Erdogan.

Il Kurdistan turco

Negli anni scorsi le aspirazioni identitarie e nazionaliste promosse attraverso il calcio hanno causato forti contrasti tra la Federazione della Turchia e l’Amedspor, una delle due squadre che rappresentano nel campionato nazionale Diyarbakir, cittadina sulle sponde del fiume Tigri e capitale, neanche a dirlo non riconosciuta da Ankara, del Kurdistan turco. Nell’ottobre 2015 la Federazione turca ha comminato una sanzione al club per propaganda ideologica e per i cori «ovunque Cizre, ovunque resistenza» cantati in curva durante il match casalingo contro il Karaman Belediyespor. La città di Cizre, nella provincia di Sirnak, è divenuta famosa per gli scontri tra abitanti curdi e militari turchi e per la coraggiosa lotta dei tifosi del Cizrespor asserragliati nei dintorni dello stadio. Fino all’ottobre 2014 la squadra, militante nelle serie minori, era denominata Diyarbakır Büyükşehir Belediyespor. Il direttivo del club decise però di valorizzarne le radici curde sostituendo il nome turco, Diyarbakir, con quello curdo, Amed e scegliendo per stemma il giallo, il rosso e il verde, ovvero i colori nazionali curdi. Ankara che non ammette il curdo come lingua e reputa l’esposizione di bandiere curde come una minaccia all’integrità nazionale ha imposto alla Federazione di multare il club, vietando anche l’uso del nuovo patronimico. I dissidi con la Federazione turca si sono così accentuati. L’Amedspor il 31 gennaio 2016, contro ogni previsione, ha eliminato dalla Coppa nazionale il Bursaspor, squadra della massima serie turca, garantendosi un posto ai quarti di finale contro il Fenerbahce. Due giorni dopo le unità anti-terrorismo della polizia turca hanno fatto irruzione nella sede del club, sequestrando computer e documenti. Secondo alcuni siti la polizia avrebbe agito in seguito ad un tweet inneggiante al terrorismo attribuito all’account della società. Il tweet dedicava l’incredibile vittoria contro il Bursaspor ai combattenti delle città di Şırnak e Diyarbakır e a tutto il popolo curdo. Parole in cui riecheggiano i cori intonati dai tifosi dell’Amedspor a favore dei combattenti curdi e contro le stragi di bambini. Deniz Naki, autore del secondo goal contro il Bursaspor, viene squalificato per 12 giornate e multato di 19.500 lire turche, per aver pubblicato sui social un post che recitava: «Siamo fieri di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!». Il calciatore viene accusato di “discriminazione e propaganda politica”.

Orhan Pamuk

In Turchia, come spiegava il premio Nobel turco Orhan Pamuk, «magari il calcio fosse l’oppio del popolo: è invece una macchina per produrre nazionalismo, xenofobia e pensiero autoritario».