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La Lega di Serie A salva le “comproprietà” (ovvero i contratti derivati del calcio tricolore)

La Lega di Serie A ha dunque deciso di non rivedere la disciplina delle cosiddette comproprietà. Un unicum nel panorama internazionale. Che, in realtà, nell’ordinamento sportivo tecnicamente non esistono. O per meglio dire sono una cosa diversa da quanto comunemente si creda. Non si tratta infatti della proprietà di un calciatore divisa a metà tra due club, ma di una specie di contratti derivati, di scommesse finanziarie (così è almeno per il Fisco) in altre parole, in base a cui due club si dividono la sorte di un calciatore e il suo possibile aumento di valore. In Italia la proprietà del cartellino non può essere divisa tra due club o addirittura ripartita tra club e soggetti esterni all’ordinamento sportivo, come per le third-party ownership. Il calciatore è sempre di proprietà di una sola società (che lo tessera). Tuttavia si può stabilire nel contratto di cessione, che la società che vende possa “partecipare” al 50% degli effetti patrimoniali e del presumibile incremento di valore che quell’atleta avrà dopo un anno. O, più praticamente, che un atleta acquistato a un certo prezzo (più basso di quello che si sarebbe pagato per acquisirlo subito “per intero”) possa essere “riscattato” con un determinato surplus da versarsi dopo un anno.
Entro il 20 giugno del 2013, per esempio, si è decisa la sorte di oltre 260 giocatori per i quali erano stati stipulati patti di questo tipo – denominati tecnicamente “diritti di partecipazione” e disciplinati dall’articolo 102 bis delle Noif (le norme organizzative interne della Figc) –. Entro quella data per le compartecipazioni che si sono sciolte una squadra ha versato all’altra un certo corrispettivo prefissato. Nel caso in cui non si è trovato un compromesso si è andati “alle buste” per sancire quale club avesse il diritto, facendo l’offerta più alta, di risolvere la compartecipazione a proprio favore acquisendo a titolo definitivo il calciatore e liquidando l’altra società. La natura ibrida di questi diritti di partecipazione ha fatto drizzare anche le antenne del Fisco generando numerose contestazioni nei confronti delle società. L’agenzia delle Entrate si è appunto orientata verso questa soluzione: trattandosi di “derivati”, di operazioni di natura finanziaria, di una sorta di “scommessa”, le compartecipazioni non sono soggette al pagamento dell’Iva, ma sono comunque rilevanti ai fini Irap, per cui chi realizza un guadagno deve pagare l’imposta regionale, mentre la controparte che realizza una minusvalenza può detrarla dal suo reddito complessivo.

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  • simone |

    Stasera alle 21,00 mi metto comodo e mi seguo l’amichevole tra Inghilterra e Danimarca su Fox Sports.Credo che sarà sfida vera!!

  • agostino ghiglione |

    Ma la Lega quale potere può avere su una materia finanziaria come questa? Non dovrebbe limitarsi a dire(ma non lo fa) che i giocatori in “compartecipazione” o in “prestito” non possono scendere in campo quando si incontrano le squadre a cui loro appartengono in parte.Sarebbe copiare la Premier League che regola così i giocatori in prestito;mentre è noto che non hanno “compartecipazioni” in quanto vietate.Ed anche questo contribuisce a vedere un calcio migliore di quello praticato nella Lega di Serie A italiana. O no?

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