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Il “modello” Nba: il nuovo accordo sui diritti tv (2,5 miliardi di dollari a stagione) e l’impatto sul salary cap

Circa 24 miliardi di dollari per nove anni a partire dalla stagione 2016/17: la Nba ha annunciato ieri il nuovo accordo siglato con Turner Broadcasting System e The Walt Disney Company per la trasmissione delle partite della lega professionistica di pallacanestro americana, ma non solo. Ieri sono stati infatti resi noti i programmi del nuovo accordo per la cessione dei media rights e dei digital rights, che oltre alla trasmissione delle partite su ABC, ESPN e TNT prevedono anche la trasmissione e la produzione degli Nba Awards da parte di TNT, la trasmissione di 20 partite tra D-League e Summer League da parte di ESPN e la trasmissione in streaming dei match da parte dei due canali attraverso le loro piattaforme, sia in diretta che on demand. L’accordo, annunciato dal commissioner Adam Silver, renderà la Nba con 2,6 miliardi di dollari a stagione (2 miliardi di euro) la seconda lega al mondo per introiti dalla cessione dei broadcasting rights, dietro solo alla Nfl, che dal 2015 porterà a casa la cifra record di 3,3 miliardi di dollari. Triplicato dunque l’accordo attuale, dal valore complessivo di 930 milioni di dollari (Disney sborsa 485 milioni a stagione, mentre Turner ne spende 445, pari a un totale di 736 milioni di euro).

Le nuove trasmissioni. Il nuovo schema dei diritti tv prevede che le emittenti trasmettano più partite a livello nazionale (100 per Abc/Espn e 64 per Tnt). Il network Abc continuerà a trasmettere in esclusiva le Finals, mentre insieme a Espn offrirà nel complesso fino a 44 partite dei playoff, comprese le finali di Conference. A Espn resteranno il drat, la draft combine e la lottery che definisce l’ordine in base al quale le franchigie scelgono i giocatori. Tnt avrà in esclusiva 45 match nei primi 2 turni della postseason e le sfide delle semifinali di Conference. In ogni stagione, poi, potrà trasmettere una finale di Conference. “La Nba non è mai stata più popolare e continua a crescere sotto la guida di Adam”, ha detto John Skipper, presidente di Espn, evidenziando i meriti dell’attuale commissioner.

L’impatto sul salary cap. I ricavi dalla cessione dei diritti televisivi fanno parte di quel paniere chiamato BRI (Basketball Related Income) sulla base del quale si determina il salary cap da adottare ogni anno. Un accordo di tale portata aumenta notevolmente il Bri e, di conseguenza, il tetto salariale delle squadre Nba che potranno permettersi stipendi più elevati. I segnali dell’influenza del nuovo accordo tv si stanno avendo già ora, con i primi casi di offerte contrattuali al massimo salariale, con cifre che però dopo il 2016 avranno un peso specifico “inferiore” rispetto ai tetto attuale. Un esempio è quello di Carmelo Anthony, giocatore dei New York Knicks, il cui nuovo contratto da oltre 124 milioni per i prossimi cinque anni peserà di più in proporzione sul salary cap nel 2015 (quando prenderà 22,5 milioni di dollari) che nel 2017 (quando prenderà 26,2 milioni, il cui peso valore “ponderato” sarà paragonabile a circa 17 milioni col cap attuale). Diventa dunque comprensibile la scelta di offrire il massimo salariale attuale a giocatori non di primissima fascia, ma anche la scelta di una stella come Lebron James che, tornato ai Cleveland Cavaliers, si è “accontentato” di un contratto biennale da 42 milioni di dollari, quando avrebbe potuto prendere un quadriennale da 88 milioni circa. L’obiettivo per nulla celato del suo entourage è quello di strappare un accordo ben più vantaggioso nell’anno in cui entrerà in vigore il nuovo accordo televisivo, strada seguita anche da altri giocatori. Sempre nel caso di James, infatti, considerando il possibile salary cap del 2016, il massimo salariale a sua disposizione si aggirerà sui 180 milioni di dollari per cinque anni, con una base di oltre 30 milioni di dollari per il primo anno. O ancora tra meno di 2 anni Kevin Durant può svincolarsi dagli Oklahoma City Thunder e ascoltare le ricchissime proposte di altri team. Si profila dunque una nuova era dorata nel basket americano, a pochi anni di distanza dal lockout e della serrate, risolti con la rivisitazione del contratto collettivo.