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L’evoluzione del calcio tra entertainment-business e Jorge Luis Borges

Nel giro dei prossimi dieci anni il Calcio così come lo conosciamo, con i suoi equilibri, le sue gerarchie, la sua “tradizione”, potrebbe essere radicalmente cambiato. Trasformato da profonde rivoluzioni industriali a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il Calcio è oggi sbarcato a pieno titolo nel variegato e florido universo dell’ Entertainment .

Non è una diminutio rispetto alla sua matrice agonistica. Semmai una sfida, non priva di rischi, da affrontare con consapevolezza. Perché ineluttabile. E perché, in fondo, piena di opportunità. L’intreccio inestricabile tra globalizzazione economica e progresso tecnologico ha infatti allargato oltre ogni immaginazione il “rettangolo di gioco”, un tempo fisicamente  circoscritto dai confini nazionali e dagli stadi. I club calcistici sono diventati attori del circuito mediatico. Sono assurti – in senso ampio – al ruolo di media company che attraverso il core business della competizione producono contenuti puntando a due obiettivi: da un lato, il successo sportivo; dall’altro lato, la conquista dell’attenzione, del tempo e, in ultima analisi, della disponibilità di spesa di un pubblico sempre più vasto, che vada anche al di là della cerchia dei tifosi “storici”.

Lo spettacolo sportivo è fruibile ormai ovunque, attraverso qualunque tipo di supporto informatico e a prezzi accessibili. Non ci sono più barriere e dazi. Ed ecco anche perché i competitors stanno rapidamente mutando. Fino a poche stagioni fa, i principali club di un Paese si sfidavano per il primato interno e al massimo si confrontavano con i team leader degli altri campionati di vertice del Continente. La distanza tra grandi società e medio-piccole in Europa si è andata così allargandosi. Basti pensare che negli ultimi cinque anni i primi 20 club europei hanno visto crescere i ricavi commerciali e da sponsorizzazioni per una cifra vicina a 1,5 miliardi di dollari, mentre i restanti 700 team del Vecchio Continente nello stesso periodo hanno registrato un aumento complessivo di appena 300 milioni.

I dirigenti calcistici che hanno una visione più lucida e moderna del gioco ragionano già in questa duplice prospettiva: la competizione intercontinentale fra players calcistici e quella planetaria con gli altri Sport. Non a caso, parlando qualche giorno fa agli studenti della Bocconi, il presidente della Juventus Andrea Agnelli ha evocato un impietoso raffronto tra la Champions league e la Nfl e il Super Bowl. “ La Champions – ha sottolineato Andrea Agnelli vale 1,5 miliardi di diritti tv contro i quasi 7 della Nfl, nonostante le ricerche di mercato ci dicano che su 2 miliardi di tifosi sportivi nel mondo ben 1,6 miliardi sono tifosi di calcio e soltanto 150 milioni di football americano. Questo deve fare riflettere sul potenziale inespresso con i format attuali del calcio ”.

Potenziale che secondo Karl-Heinz Rummenigge , tra i massimi dirigenti del Bayern Monaco e presidente dell’Eca, l’associazione dei club europei nata nel 2008 dalle ceneri del G14 e composta adesso da 220 membri, potrebbe esprimere  una  Superlega con una ventina di squadre dei grandi Paesi calcistici, e cioè “le big di Inghilterra, Spagna, Italia, Germania e Francia, magari con qualche partita da giocare in America e Asia”. Una eventualità che certo non fa piacere alla Uefa e agli organi di governo del Calcio mondiale, alle prese in questi mesi con un laborioso processo di rinnovamento scaturito, per così dire, per via giudiziaria.

Se questo dunque è il laboratorio da cui potrebbe nascere il Calcio post rivoluzioni industriali, c’è solo da augurarsi che le ragioni del business e dello spettacolo non asfissino la passione dei supporter, e che il Football 3.0  si evolva rispettando i diritti dei tifosi, stakeholders insopprimibili, perché come ha scritto Jorge Luis Borges  “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, lì ricomincia la storia del calcio”.

 

(analisi pubblicata su Goal.com il 15 gennaio 2016)

  • agostino ghiglione |

    Come non condividere al 100% il tuo scritto che si conclude con la storica frase del “non” premio Nobel per letteratura.
    D’altronde assistere a quanto è avvenuto nella Fifa dopo la assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar ci farebbe dire che occorre una riforma copernicana anche nel calcio.

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