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La svolta “autoctona” della Premier league: spazio alle squadre B per rivalutare i calciatori inglesi

La Premier League vuole seguire l’esempio di Liga e Bundesliga, permettendo alle società di far partecipare le proprie squadre riserve nelle serie minori, per permettere ai giocatori inglesi di misurarsi in un campionato più competitivo. Questa decisione può rientrare nella proposta di revisione del sistema calcistico inglese, che prevede anche l’inserimento di una quarta divisione nella stagione 2016-17 e le limitazioni ai giocatori stranieri nelle squadre riserve. La Football Association infatti vuole promuovere i calciatori inglesi il cui numero ha subito negli ultimi 20 anni una costante diminuzione, nella Premier League 2012-2013 infatti erano solamente il 32% i calciatori cresciuti in Gran Bretagna a fronte di una media del 69% nella stagione 1992-1993.

Soluzione alla crisi dei vivai. L’inserimento delle cosiddette squadre B nei campionati professionistici potrebbe essere la soluzione al problema del difficile sviluppo dei giocatori inglesi dai vivai locali, con ripercussioni evidenti anche per quel che riguarda la Nazionale: “Il nostro obiettivo è quello di avere entro il 2022 almeno 90 giocatori inglesi nei maggiori campionati europei rispetto ai 66 di oggi, e di questi 90 ne vogliamo almeno 30 nelle prime sei squadre”, ha detto il presidente della FA Greg Dyke in conferenza stampa a Wembley, riguardo al problema dei pochi giocatori inglesi presenti in Premier League e nelle principali squadre europee.

Proposta una nuova Divisione. Quattro i punti al centro del progetto presentato dal presidente della FA Greg Dyke: la creazione di una nuova League Three per la stagione 2016-17 formata da 10 squadre B di Premier League e 10 di Conference, queste dovranno esser formate da rose di 25 giocatori di cui 20 provenienti dai vivai, non saranno ammessi calciatori extra Ue, 19 giocatori su 25 dovranno inoltre avere meno di 21 anni. Non sono escluse promozioni e retrocessioni, ma le squadre riserve non possono giocare nella Championship, il secondo livello del calcio inglese; e devono disputare un campionato di almeno una serie inferiore alla squadra principale.

Il caso dei permessi di lavoro. Con l’introduzione delle squadre B nei campionati professionistici, la commissione vuole anche rivalutare il sistema relativo ai permessi di lavoro per impedire ai giocatori extracomunitari di giocare in un qualsiasi club non militante nella Premier League. Lo sviluppo di una “Strategic Loan Partnership” è un altro cambiamento proposto da Dyke, con la possibilità per le squadre militanti nelle prime due serie inglesi di cedere in prestito un loro giocatore alla propria squadra riserve. “I club con cui abbiamo parlato sono pronti – ha aggiunto Dyke – sappiamo che fare cambiamenti nel mondo del calcio richiede tempo ed è un processo difficile, ma invitiamo tutti a prendere in considerazione le nostre proposte in modo costruittivo, per ottenere il massimo beneficio per il gioco, per lo sviluppo dei giovani inglesi e per il successo della Nazionale”.

Rivalutare i calciatori inglesi. Il presidente della FA, Dyke, ha poi focalizzato l’attenzione sulla necessità che le squadre B si attrezzino con una “partnership strategica” tra società. L’obiettivo, come detto, è aumentare il numero di calciatori inglesi che giocano regolarmente in Premier League. Trenta calciatori inglesi dovranno giocare nei top club a fronte dei 18 che attualmente trovano spazio regolarmente in squadra. “Questo e’ un fenomeno presente in tutta Europa ma particolarmente significativo in Inghilterra, questo ci preoccupa per il futuro del nostro calcio – ha sottolineato Dyke -. Se non si invertirà la rotta gli allenatori avranno sempre meno calciatori inglesi di alto livello su cui contare. Vogliamo continuare ad avere i migliori giocatori stranieri in Premier ma allo stesso tempo puntiamo a sviluppare un percorso che permetta ai giovani calciatori del nostro Paese di avere l’opportunità di esprimersi ad alti livelli”.